FACCIAMO A METÀ? 

Abitare il conflitto, generare il bene

C’è una parola che spesso spaventa e che si tende a evitare: conflitto. Eppure,è proprio da qui che è partito il Modulo Formativo del Settore Giovani, vissuto a Seveso dal 1 al 3 maggio, con un titolo provocatorio: “Facciamo a metà? Abitare il conflitto, generare il bene”. Un invito chiaro: non fuggire le tensioni, ma attraversarle, riconoscendole come spazio di crescita e relazione.

Ad aprire il percorso, Lorenzo Zardi ed Emanuela Gitto (Vice presidenti del Settore Giovani) hanno indicato una direzione precisa: le équipe devono essere luoghi di pluralità, capaci di accogliere differenze senza annullarle. Non evitare il conflitto, ma imparare a viverlo bene. “Litigare bene” significa infatti creare spazi in cui anche il disaccordo diventi generativo.

È una strada faticosa, ma necessaria. Perché è proprio quella fatica a dare senso alla responsabilità. Fare a metà, allora, non è perdere qualcosa, ma riconoscere che, dentro ogni conflitto, c’è un desiderio profondo di restare in relazione.

Le testimonianze del deserto e della preghiera hanno reso tutto questo ancora più concreto: Dio si manifesta negli sguardi che rialzano, nella cura verso chi è fragile, nella speranza che trasforma le storie.

A concludere la giornata, don Michele Martinelli ha lasciato una bussola essenziale: Reazione, Ricerca, Risposta. Non fermarsi all’impulso, ma attraversarlo e scegliere, consapevolmente, ciò che costruisce.

Il secondo giorno ha allargato lo sguardo al conflitto vissuto dentro l’associazione e nella Chiesa. Silvia Corbari (Presidente del Consultorio Ucipem di Cremona e già Presidente diocesana della diocesi di Cremona) ha messo in luce una dinamica silenziosa ma diffusa: spesso il conflitto manca, non perché non ci siano differenze, ma per paura di dividere. Eppure, è proprio l’esperienza associativa, fondata sulla corresponsabilità, a insegnare che ciò che accade non è “di qualcuno”, ma di tutti. Ed è questa consapevolezza che permette di attraversare i conflitti senza evitarli.

Paolo Seghedoni (Vicepresidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per il Settore Adulti) ha dato voce alla tensione tra giovani e adulti: un rapporto non sempre semplice, soprattutto oggi. Ma il conflitto tra generazioni non è un ostacolo da eliminare, bensì una realtà naturale e sana, se vissuta con verità.

Nel pomeriggio, la riflessione si è fatta ancora più concreta, i conflitti nella società. Essere responsabili insieme è faticoso, ma è proprio lì che nasce il confronto autentico. Il conflitto smette così di essere una minaccia e diventa uno spazio abitabile.

Le parole di Matteo Trufelli (Professore Ordinario di Storia delle dottrine Politiche all’Università di Parma e già Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica) e Giovanni Bachelet Professore Ordinario di Fisica della Materiaall’Università La Sapienza di Roma, già Deputato della Repubblica italiana efiglio di Vittorio Bachelet) hanno introdotto la mitezza: non debolezza, ma resistenza, riferendosi a Vittorio Bachelet. La scelta di rifiutare la violenza, anche nei linguaggi, e di restare nel conflitto senza alimentare divisioni.

I laboratori su tematiche come giustizia, solidarietà, diritti, scuola, università, cultura e tanti altri, hanno poi dato forma a tutto questo, offrendo spazi reali di confronto su temi come giustizia, diritti, scuola e ambiente, dove mettersi in gioco in prima persona.

E poi l’incontro con giovani provenienti da Ucraina, Romania, Malta e Belgio che hanno raggiunto Seveso, portando con sé storie, volti e prospettive diverse. Un’anticipazione viva del Seminario Internazionale, ma soprattutto un’occasione autentica di scambio e fraternità.

Con l’inizio del Seminario Internazionale, lo sguardo si è allargato ancora di più, fino a toccare il conflitto nella sua forma più drammatica: la guerra a livello internazionale. Grazie agli interventi di Riccardo Redaelli e Giorgia Sorrentino, e soprattutto alle testimonianze dei giovani ucraini, il conflitto è diventato improvvisamente concreto, vicino, umano.

Le loro parole hanno lasciato un segno profondo. Un giovane proveniente dall’Ucraina ha espresso parole che ci fanno comprendere ancora di più cosa significa vivere in un Paese di guerra: 

La guerra non ruba solo vite, case, sicurezza. Ruba il futuro. Ruba i sogni, i progetti, le possibilità. Ruba l’infanzia ai bambini che crescono tra sirene ed esplosioni. Ruba i genitori, le famiglie, le certezze. Ruba anche a chi sopravvive, perché costringe a vivere in un tempo sospeso, dove la domanda non è più “chi diventerò?”, ma “sopravviverò domani?”.

Eppure, dentro questo dolore immenso, è emersa anche una verità più forte: la guerra può distruggere, ma non può spezzare la volontà di chi sceglie di continuare a vivere, a credere, a ricostruire. Non può togliere la fede, né la forza di rialzarsi e generare futuro, anche partendo dalle macerie.

Tre giorni intensi, profondi, a tratti faticosi, ma capaci di lasciare una traccia chiara: il conflitto non è un ostacolo da evitare, ma uno spazio da abitare. È lì che si gioca la qualità delle nostre relazioni, della nostra responsabilità, della nostra fede. “Fare a metà” non è perdere qualcosa, ma scegliere di restare. Restare in relazione, restare nel confronto, restare dentro la complessità. Perché è proprio lì, nel cuore del conflitto, che può nascere qualcosa di nuovo. Qualcosa di buono.